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Il reddito minimo garantito è una misura di equità sociale. Non prendiamoci in giro, i nostri successi per la maggior parte di noi dipendono dai nostri punti di partenza. L'appartenenza infatti a una certa classe sociale determina ancora oggi il nostro successo nel lavoro.
Se qualcuno non fosse d'accordo ricordo che le università private (che sono quelle da cui spesso proviene la nostra classe dirigente) costano e tanto. Studiare in una grande città metropolitana costa, e costa di più se si proviene da un paesino di provincia perché devi pagarti anche l'affitto. Per fortuna il nostro Paese prevede un concetto di assistenza agli studenti, ma oggi credo non sia sufficiente. A quelli che citano storie di successo di uomini virtuosi che sono riusciti ad avere successo partendo da "zero" dico che i conti e le considerazioni non si fanno su casi sporadici, ma sui comportamenti più frequenti ed usuali.
Ma vi è un'altra ragione perché dovrebbero sostenere il concetto di reddito minimo.
Se spendiamo di più favoriamo una flusso di soldi verso punti di accumulazione (le imprese e gli imprenditori), anche se in teoria anche questi ultimi dovrebbero spendere di più a favore dei loro maggiori ricavi generando un ciclo virtuoso, ma ciò potrebbe non accadere.
Exit strategy, a mio parere, è prevedere un flusso economico dovrebbe prevedere strade di ridistribuzione, usando il prelievo fiscale sui redditi maggiori a favore dei meno fortunati.
Posizione personale è che la fruizione del reddito minimo dovrebbe essere connesso al lavoro. Non vogliamo classi di nullafacenti pagati dallo stato, vogliamo solo aiutare chi si trova in un periodo di difficoltà, chi non è partito dai nostri stessi blocchi di partenza, chi ha bisogno di una integrazione al suo reddito perché quello derivante dal proprio lavoro non è sufficiente. Quindi si a lavori socialmente utili e ad agenzie di collocamento che funzionano!
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